14 gennaio 2010

Titoli di stato e inflazione

Il rendimento che si ottiene acquistando all’emissione un’obbligazione a tasso fisso (titolo di stato o obbligazione societaria) e portandola a scadenza, è determinato dal tasso delle cedole e dall’eventuale differenza tra il prezzo di emissione e quello di rimborso.

Ad esempio un buono poliennale del Tesoro (Btp) quinquennale con cedola del 5% (emesso e rimborsato al prezzo di 100) offrirà un rendimento semplice del 5% per ognuno dei cinque anni di durata, al lordo della tassazione naturalmente.

Il ritorno così determinato è il rendimento nominale e non tiene conto dell’inflazione, mentre il ritorno effettivo è il cosiddetto rendimento reale ed è quello che si ottiene sottraendo il tasso d’inflazione maturato nel periodo considerato dal tasso nominale. Supponendo, per esempio, che l’inflazione media dei prossimi cinque anni sia del 3% annuo allora il rendimento reale dell’obbligazione sarà del 2% all’anno.

Questa distinzione è importante perché, ai fini del mantenimento del potere d’acquisto dei nostri risparmi, è necessario ottenere un rendimento reale almeno pari a quello dell’incremento del costo della vita.

Il problema è che possiamo solo ipotizzare il livello d’inflazione futuro, perciò il rendimento reale dell’investimento è incerto e l’incertezza è tanto più grande quanto più è lontana la scadenza dell’obbligazione in cui si vuole investire. Nel malaugurato caso che il tasso di inflazione futura si rivelasse superiore al livello scontato dai mercati finanziari, si otterrà un rendimento reale inferiore a quello previsto o addirittura negativo se l’inflazione dovesse superare il rendimento nominale.

Per limitare questo rischio è opportuno diversificare le scadenze dei titoli in portafoglio e utilizzare una quota di titoli di stato indicizzati all’inflazione. Questi particolari titoli, emessi soprattutto dagli Stati italiano e francese, offrono un tasso d’interesse reale in quanto la cedola viene calcolata su un valore nominale investito che si rivaluta in base all’inflazione via via misurata dalle competenti autorità.
Vista la particolare struttura e la complessità di questi titoli è bene farsi consigliare da un’esperto per stabilire le scadenze da acquistare e la quota dei titoli indicizzati sul totale dei propri investimenti, da determinare in funzione dei propri obiettivi e della relativa convenienza rispetto ai titoli nominali.

Attualmente, nonostante i prezzi siano fermi o addirittura in diminuzione, diversi analisti sostengono che nei prossimi anni, a causa dell’aumento dei debiti pubblici a livello mondiale e delle misure espansive attuate dalle istituzioni per sostenere l’economia, l’inflazione potrebbe tornare a livelli sostenuti. Di conseguenza, potrebbe non essere sbagliato cominciare a premunirsi contro possibili fiammate inflazionistiche, timore che tra l’altro ha già sortito l’effetto di far apprezzare notevolmente i titoli indicizzati dall’inizio del 2009 ad oggi.

Michele Colosio
Consulente finanziario indipendente

www.ifaconsulenza.it

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