Se non lo hai mai visto, interrompi qualsiasi cosa tu stia facendo e cercalo immediatamente.
Netflix, Sky, Prime o qualsiasi altro network, non ho dubbi che in parecchi trasmettano il film con il finale più bello della storia del cinema.
“Le Ali della Libertà” (in originale “The Shawshank Redemption”) non è solo un magnifico prison movie. È anche e soprattutto un inno alla vita, alla resilienza, alle scelte giuste e sbagliate e alla forza di ricominciare e cambiare il proprio destino.
Oggi partiamo proprio dal titolo e dal senso di questo film e dalle parole di Ellis Boyd “Red” Redding, il personaggio interpretato da Morgan Freeman che a un certo punto del film così racconta della vita all’interno del carcere: “Io dico che queste mura sono strane: prima le odii, poi ci fai l’abitudine, e se passa abbastanza tempo non riesci più a farne a meno. Sei istituzionalizzato… È la tua vita che vogliono, ed è la tua vita che si prendono. La parte che conta almeno”.
Sono parole che mi hanno sempre colpito, forse perché non parlano solo del carcere ma della vita della maggioranza di noi.
Paragone azzardato?
Forse, ma lasciami spiegare e riprendere il filo da dove ci eravamo lasciati
Liberi di scegliere
Lunedì scorso ho scritto della fatica di vivere. Di Yara a Oxford, dei miei genitori e della donna splendida con cui condivido la vita. Ho scritto di gratitudine e di benedizioni da contare la sera prima di dormire.
Per me non è una contraddizione parlare di questi temi all’interno di una newsletter e di un’attività di formazione incentrati su denaro e finanza e chi ha partecipato a seminari storici come INTELLIGENZA FINANZIARIA e THE MONEY WIZARD lo sa bene.
Non ho mai vissuto il denaro o la ricchezza come un fine e credo di essere spesso riuscito a trasmetterlo. Sono strumenti, certamente molto importanti, e che è necessario imparare a padroneggiare ma tali rimangono. Le finalità tuttavia sono altre e si racchiudono da un lato nella qualità della vita ma, dall’altro e ancora più importante, nel dargli un senso e nel trasmettere un esempio positivo a chi ci sta attorno.
Ebbene si, sarò forse un illuso o quantomeno un irriducibile romantico ma credo nel fatto che se ogni persona facesse del proprio meglio per rendere il mondo un posto migliore le cose andrebbero decisamente meglio per tutti ed io, nel mio piccolissimo, provo a portare il mio contributo in questo senso.
Ad ogni modo, in diversi hanno risposto alla newsletter della scorsa settimana. Messaggi privati, commenti, qualche mail di risposta che mi è stata girata. Mi ha fatto piacere e vi ringrazio perché mi fa capire che quelle righe hanno toccato qualcosa di vero.
Oggi voglio fare un passo avanti ripartendo da lì.
Tra le cose per cui sono grato e che non ho nominato esplicitamente lunedì scorso, probabilmente perché mi sembrava fuori luogo in quel contesto, c’è una forma di libertà che mi sono costruito e che solo nel tempo ho capito quanto valesse.
Non è la libertà di non lavorare.
Quella, sono sincero, l’ho perseguita a lungo ma mi è sempre sfuggita tra le dita. Lavoro tutt’ora tanto, probabilmente troppo, per quanto riesca anche a prendermi dei buoni spazi di libertà.
Quella di cui ti parlo è tuttavia qualcosa di più sottile e più prezioso.
È la libertà di scegliere.
La differenza che nessuno ti spiega
C’è una differenza enorme tra lavorare perché vuoi e lavorare perché devi.
In superficie sembrano la stessa cosa: vai in ufficio, apri il computer, fai le tue cose. Ma dentro sono due esperienze completamente diverse. Nella prima hai potere. Nella seconda sei in balia.
Ho conosciuto nel corso degli anni moltissime persone capaci, intelligenti, spesso brillanti, che lavoravano in condizioni che non avrebbero mai accettato se avessero avuto una scelta reale. Accettavano il cliente impossibile perché non potevano permettersi di perderlo. Restavano in aziende che non le rispettavano perché non potevano permettersi di mettere a rischio lo stipendio a fine mese, nemmeno temporaneamente. Rimandavano ogni decisione importante — cambiare lavoro, aprire qualcosa di proprio, prendersi un anno sabbatico, interrompere la relazione con il proprio partner — perché non avevano sotto di sè alcuna rete di protezione.
La loro non era pigrizia. Non era nemmeno mancanza di coraggio per quanto avesse il suo peso. Più che altro, era mancanza di opzioni.
E scusami se sono crudo nel metterla giù così ma le opzioni, nella vita reale, si costruiscono con i soldi.
Non con i soldi come fine ma con i soldi come strumento per ampliare le proprie scelte.
Quello che ho imparato insegnando
Da quando faccio questo lavoro ho capito una cosa: la maggior parte delle persone che viene ai miei corsi non partecipa per diventare ricca.
Partecipa perché sente che le sfugge qualcosa. Una sensazione vaga di non avere il controllo. La percezione che i soldi vadano sempre da qualche parte senza che sappia bene dove. Il timore sordo che un giorno arrivi qualcosa di brutto (una malattia, un licenziamento, una separazione) e che non ci siano abbastanza risorse per reggere.
Non cercano la Ferrari.
Cercano la serenità.
E, nel mio modello del mondo, hanno ragione da vendere.
Questa, nella mia esperienza, è la forma più concreta e raggiungibile di libertà finanziaria.
Non smettere di lavorare a quarant’anni. Non vivere su un’isola privata. Ma avere abbastanza da poter dire di no quando serve. Da potersi prendere sei mesi se ne hai bisogno. Da non dover accettare tutto per paura economica.
Tecnicamente si chiama opzionalità. È una parola fredda, tecnica, quasi asettica. Ma descrive una cosa bellissima.
Per tornare alle parole di Ellis Boyd “Red” Redding con cui abbiamo iniziato: “Alcuni uccelli non sono fatti per la gabbia, questa è la verità. Sono nati liberi e liberi devono essere. E quando volano via ti si riempie il cuore di gioia perché sai che nessuno avrebbe dovuto rinchiuderli”.
Il numero che non hai mai calcolato
Esiste un calcolo che quasi nessuno fa. Non perché sia difficile (spoiler: non lo è per niente, anzi …). Ma perché nessuno te lo ha mai proposto nel modo giusto.
Si parte da una domanda semplice: qual è la rendita mensile aggiuntiva che cambierebbe già qualcosa nella tua vita? Non la cifra per smettere di lavorare domani. La cifra che ti darebbe respiro. Che ti toglierebbe l’ansia di fine mese. Che ti permetterebbe di scegliere.
Cinquecento euro al mese? Mille? Duemila?
Da quel numero si risale al capitale necessario per generarlo. Con i dati storici reali dei portafogli che insegniamo (rendimenti medi annui composti tra l’8,2% e l’11,3% negli ultimi undici anni) il calcolo produce un numero preciso.
Non un’utopia. Un obiettivo con una distanza misurabile.
E quando vedi quella distanza per la prima volta, due cose accadono quasi sempre.
La prima: ti rendi conto che è più vicina di quanto pensassi, se inizi adesso con metodo.
La seconda: ti rendi conto di quanto ti stia costando ogni anno di attesa.
Mercoledì 15 aprile, alle 20.30, lo calcoliamo insieme in diretta nel mio nuovo webinar gratuito.
Lo ho voluto chiamare “Il Calcolo della Libertà” non per una scelta poetica del nome, ma perché è letteralmente quello che è: un calcolo, i tuoi numeri, la tua distanza dall’opzionalità.
Novanta minuti. Gratuito. In diretta su Zoom. Trovi il link per iscriverti qui.
Non so se mercoledì sera tu abbia altro da fare.
Ma so che questo calcolo, una volta fatto, non lo dimenticherai.
Ti aspetto.
Buona settimana.
Roberto
PS: Giovedì mattina, subito dopo il webinar, parto per Oxford. Yara riceve il diploma il 17 aprile e io sarò lì. Ti scriverò subito dopo, cercando di trasferire la mia emozione in qualcosa di utile anche per Te. Mi saprai dire se ci sarò o meno riuscito.


