Numero #15

OnlyFISH | FINANZA A PROVA D'ERRORE

Roberto Pesce

Piazza Affari ai massimi dal 2000. Bravi tutti? Insomma…

La notizia è arrivata sul mio desktop mentre stavo lavorando agli ultimi ritocchi per Intelligenza Finanziaria. Che dire? Siamo carichi e non vediamo l’ora di accogliere i partecipanti ormai tra pochissimi giorni, ne avevo parlato ampiamente nell’articolo della settimana scorsa (se te lo sei perso, recuperalo da qua).

Così, mentre io mi dibattevo tra una slide e l’altra, questa settimana i giornali finanziari celebravano enfaticamente un evento storico: il FTSE MIB, l’indice della borsa italiana, ha raggiunto quota 50.000 punti, livelli che non si vedevano da 26 anni.

Titoli trionfali. Esperti soddisfatti. Qualche politico che se ne è attribuito il merito (lo so, fa ridere ma tiriamo oltre).

Tutto bene insomma e sole che splende sulle finanze italiche?

Dal nostro punto di vista non è esattamente così ma per capirlo permettimi di raccontarti la stessa storia da un’angolazione diversa.

La storia di chi aspettava

Immagina di aver investito i tuoi risparmi in un portafoglio di azioni italiane nel marzo del 2000, al picco della bolla dot-com (personalmente la ricordo molto bene dato che ho iniziato a investire in azioni e fondi azionari già negli anni ’90). Magari al tempo ti avevano detto che la borsa italiana andava bene, che i nostri titoli erano solidi, che era il momento giusto.

Poche settimane di gloria e poi l’inizio delle sofferenze.

I titoli hanno iniziato a scendere e i media, come sempre, a esasperare la narrazione.

I tuoi investimenti hanno iniziato a registrare delle perdite. Hai valutato l’ipotesi di vendere ma a chi piace perdere soldi? Il tuo consulente bancario a quel punto ti ha consigliato di investire ancora un po’ facendo quello che tecnicamente si chiama “mediare a ribasso” e che agli occhi di un principiante sembra una grande idea ma in verità è un errore grave che non bisognerebbe fare mai. E in effetti, l’agognato punto di pareggio non è arrivato e ti sei ritrovato ancora esposto in perdita ma su un importo più rilevante.

Così hai aspettato. Hai tenuto duro durante il crollo del 2000-2002, durante il 2008, durante le crisi del debito sovrano del 2011 quando l’Italia rischiava il default, durante il Covid. Hai resistito a tutto perché ci credevi che, prima o poi, le azioni italiane sarebbero risalite.

E, in effetti, hai avuto ragione.

Questa settimana, ventisei anni dopo, il tuo investimento è finalmente tornato al punto di partenza.

Se però ci ragioni non c’è davvero troppo per cui festeggiare.

Zero. Nessun guadagno. Dopo ventisei anni.

Ma aspetta, c’è di peggio. Nel frattempo l’inflazione italiana si è divorata circa il 63% del potere d’acquisto. Per conservare il valore reale del capitale investito nel 2000, il FTSE MIB dovrebbe salire fino a circa 84.000 punti. Siamo a 50.000. Mancano ancora 34.000 punti solo per non aver perso soldi in termini reali.

Ventisei anni di attesa per essere, in termini di potere d’acquisto, più povero di prima.

A casa mia, non esattamente un successo.

Perché te lo racconto

Te lo dico chiaramente, non sono uno di quelli che ama sparare sull’Italia. Amo il nostro paese, lo ritengo il posto più bello del mondo in cui vivere (anche se non esattamente il più semplice in cui costruire un business ma questa è un’altra storia). E non faccio il pessimista di professione. Però te lo racconto perché questo è esattamente il motivo per cui da sempre, in BYG, diciamo una cosa scomoda ma vera: se investi i tuoi risparmi prevalentemente o esclusivamente sul mercato italiano, non stai facendo una scelta oculata.

Non è un giudizio sull’Italia come paese. È una valutazione oggettiva sulla struttura del suo mercato finanziario e sul rischio della concentrazione dei tuoi capitali su un’unica economia, dimensionalmente piccola, gravata da parecchi problemi strutturali e su cui sei quasi certamente già sovra esposto (non ti conosco ma facilmente possiedi un immobile in Italia, lavori in Italia e le tue speranze per una pensione decente risiedono soprattutto nell’INPS).

Se poi parliamo di borsa, il FTSE MIB è un indice fortemente concentrato su banche ed energia. Le telecomunicazioni che nel 2000 pesavano quasi 190 miliardi oggi capitalizzano circa 15 miliardi. È un mercato che riflette la struttura industriale italiana: ottima manifattura, bene il lusso, sistema bancario solido nell’ultimo decennio ma pochissima tecnologia, pochissima innovazione ad alto valore, pochissima esposizione ai settori che hanno trainato la crescita globale negli ultimi vent’anni.

Nel frattempo, cosa ha fatto lo S&P 500 americano nello stesso periodo? Sul total return a vent’anni, il FTSE MIB segna +174,5%, mentre lo S&P 500 vola a +710,1%.

Stesso periodo. Stessa pazienza. Risultati radicalmente diversi.

Il problema della familiarità

C’è un bias cognitivo studiato in finanza comportamentale che si chiama “home bias”: la tendenza degli investitori a preferire i mercati del proprio paese, semplicemente perché li conoscono meglio, perché ne sentono parlare al telegiornale, perché i nomi delle aziende gli sono familiari.

Questo bias costa. Costa tanto. Costa vent’anni di sottoperformance rispetto a chi ha semplicemente diversificato geograficamente.

Il mercato italiano non è privo di buone opportunità. Però, nel suo insieme, è semplicemente troppo piccolo, troppo concentrato e troppo esposto a settori maturi per essere la colonna vertebrale di un portafoglio di lungo periodo. Può essere una componente se proprio hai necessità di sentirti patriottico (eventualmente, tifare Sinner potrebbe essere un’alternativa migliore). Ma, in ogni caso, non può essere il tutto.

Non è un’opinione. È quello che i dati dicono da decenni.

Quello che funziona davvero

I portafogli che insegniamo in BYG hanno un’esposizione prevalente sui mercati americani, con una diversificazione che include azioni, obbligazioni, oro e in alcuni casi anche una dose omeopatica di criptovalute (che non è necessaria ma può aggiungere una spinta interessante se vuoi essere più aggressivo). 

Investiamo principalmente sugli USA non perché amiamo gli Stati Uniti più dell’Italia (anzi, di questi tempi il loro gradimento è in caduta libera) ma perchè i numeri lo giustificano.

Su orizzonti temporali lunghi il divario è strutturale e difficilmente colmabile finché la composizione settoriale dei due mercati e la natura delle rispettive economie resterà quella che è.

Diversificare geograficamente non è un consiglio generico da consulente finanziario che non sa cosa dirti. 

È la risposta quantitativa alla domanda: come faccio a non aspettare ventisei anni per tornare al punto di partenza?

La domanda giusta da farti

Sai esattamente in cosa è investito il tuo portafoglio? Sai quanta esposizione hai al mercato italiano, a quello europeo, a quello americano?

Se non lo sai, è arrivato il momento di scoprirlo. Non perché la borsa italiana stia andando male, sta andando bene in questo momento. Ma perché il momento in cui i mercati salgono è il momento peggiore per valutare un portafoglio: l’euforia nasconde tutto.

Il momento giusto per fare chiarezza è adesso, con calma, con i dati.

E se vuoi farlo con un metodo e con qualcuno che ti guida, utilizzando uno degli ultimi posti disponibili, ti aspettiamo venerdì a Intelligenza Finanziaria.

Nel frattempo, ti auguro una buona settimana.

Roberto


PS: il FTSE MIB è un “price return index”, ovvero non include i dividendi reinvestiti. Chi include i dividendi nel calcolo ottiene numeri leggermente migliori. Ma anche con i dividendi, ventisei anni per tornare al pari restano ventisei anni. E l’inflazione non aspetta.

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