Bolle finanziarie e debolezza umana

Bolla finanziaria e debolezza umanaUna delle barzellette che gira nel mondo della finanza è quella che racconta di un esperto di investimenti che passeggia in compagnia di un amico. L’amico a un certo punto guardando in terra vede una banconota da 100 Euro, fa per raccoglierla, ma l’esperto lo ferma e gli dice: «Non prenderla, è di sicuro falsa!» L’amico lo guarda ammirato e chiede:«Come fai a saperlo?» e l’esperto: «Se fosse stata vera qualcuno l’avrebbe già raccolta». Lo so, è peggio delle battute sui carabinieri, ma sintetizza una verità: per natura siamo portati a seguire la massa ed è su questa debolezza umana, ben nota a chi si occupa di marketing, che si generano mode, abitudini di consumo, stili di vita e anche le bolle finanziarie.

La più ampia e devastante bolla degli ultimi anni è stata quella che ha portato alla crisi del 2008. La ripercorro con i ricordi di chi l’ha vissuta dall’interno di un grande gruppo bancario e che nell’immaginario collettivo, in quanto dipendente, era considerata esperta del settore e detentrice di chissà quali segreti. Nulla di più lontano dal vero…

COME NASCE UNA BOLLA 

Quando si parla di investimenti, soprattutto se siamo dei piccoli investitori, seguire i comportamenti della maggioranza delle persone ci fa sentire protetti e dà credito alle nostre decisioni. Se le cose ad esempio dovessero andare male, possiamo argomentare di essere stati sfortunati come il resto del mercato e questo ci farebbe sentire meno in difetto.

Ma in finanza, ciò che rafforza maggiormente il comportamento gregario, non è tanto sentirsi giustificati in caso di perdita, ma la paura di essere gli unici a perdere un’occasione. L’occasione della vita per migliorare il proprio status finanziario. Siamo spinti dal pensiero “guadagnano tutti, perché io no?”.

Non escludo che ci possano essere solide motivazioni (come fattori economici o risultati aziendali) che giustifichino l’andamento positivo di un mercato o di un titolo, ma è l’entrata in massa degli investitori che spinge i prezzi lontani da valori reali e genera quella che viene definita BOLLA.

Capita che pur consapevoli del momento, cioè di essere dentro una bolla, compriamo fiduciosi di poter guadagnare come fan tutti e altrettanto fiduciosi pensiamo di poter uscire nell’esatto istante in cui la bolla scoppia.

Purtroppo la storia ci insegna che questo non succede quasi mai.

DALLA BOLLA IMMOBILIARE A LEHMAN BROTHERS

C’era una volta, agli inizi degli anni ’90, un’enorme quantità di liquidità che arrivava dall’estero negli USA alla ricerca di investimenti redditizi.

Ai tempi si investiva soprattutto in titoli di Stato, ma le scelte di politica monetaria di quegli anni, orientati a una continua riduzione dei tassi di interesse, resero i titoli di Stato sempre meno convenienti e produssero due risultati:

  1. Fare un mutuo per l’acquisto di una casa era diventato alla portata di tanti: grazie ai tassi bassi le rate da pagare erano finalmente più abbordabili.
  2. Si iniziarono a cercare forme alternative e più redditizie di investimento.

La liquidità da investire si spostò perciò progressivamente dai titoli di Stato al settore obbligazionario e, in particolare, sulle obbligazioni emesse a fronte di mutui immobiliari chiamate ABS (Asset Backed Securities).

Negli Usa ad emettere questi bond era soprattutto due società: Fannie Mae e Freddie Mac, due colossi del mercato americano che godevano della garanzia da parte dello Stato.

Con il tempo, anche le grandi banche e le società finanziare cominciarono a generare strumenti di investimento che contenevano ABS. Titoli che davano grandi profitti al sistema finanziario e che venivano venduti come “sicuri”. Le grandi società di rating infatti davano una valutazione positiva a questi titoli perché li consideravano “garantiti” dagli investimenti immobiliari sottostanti.

Nella mente di tutti era solida la convinzione che il mattone fosse un investimento giusto, mai in perdita, una certezza.

Più i tassi di mercato scendevano, più la bolla immobiliare cresceva alimentata dalla concessione di mutui.

Tra il 1997 e il 2003 i prezzi delle case lievitarono del 60%. Nessuno sapeva quando, come e se sarebbe finita.

Cominciò a comprare casa anche chi non aveva redditi adeguati a farlo e quando le banche iniziarono a non incassare più le rate dei mutui tutto il castello di carte crollò e i prezzi del mercato immobiliare precipitarono. Chi aveva sfruttato la bolla cercò di vendere il più rapidamente possibile, ma si scontrò con tutto il resto del mercato che, ancora una volta in massa, tentava di farlo. Chi aveva semplicemente comprato casa si trovò con un immobile che valeva di colpo la metà.

Le banche e le grandi società di investimento cariche di titoli ABS ormai svalutati affondarono in una crisi di liquidità che portò al fallimento di Lehman Brothers e che si estese a tutto il mondo finanziario.

LE BANCHE ITALIANE DOPO LEHMAN BROTHERS

Quel settembre del 2008 la mia personale convinzione era che la crisi dei mutui americana non avrebbe contaminato il vecchio continente e l’Italia in particolare. Questo perché nel nostro paese le regole di concessione dei mutui sono sempre state molto più rigide ed etiche. Ma mi sbagliavo. Non avevo considerato l’impatto dell’enorme quantità di titoli, che la stampa ribattezzò “tossici”, nei portafogli delle banche e dei clienti.

Nella filiale in cui lavoravo, nell’elenco dei clienti che detenevano titoli Lehman Brothers c’erano anche diversi colleghi. Eravamo tutti ignari di quello che stava succedendo e, come la massa, eravamo tutti alla ricerca di un guadagno maggiore. Non sapevamo da che cosa fossero composti certi prodotti finanziari che ci chiedevano di collocare, ma li vendevamo lo stesso.

Per quanto mi riguarda quel momento segnò una netta linea di confine sui prodotti che ero disposta a vendere per conto dell’azienda.

Quello che accadde nei mesi e negli anni successivi, cambiò definitivamente il sentimento di fiducia dei consumatori nei confronti del sistema finanziario e dei cosiddetti esperti e mise in evidenza che in un mondo  la cui complessità aumenta a ritmi vertiginosi la mancanza di cultura finanziaria non può essere più una scusa.

Giorgia Ferrari

4 commenti

  1. Andrea G.

    7 mesi fa  

    E’ vero! La gente, ormai sfiduciata e terrorizzata di perdere quel poco che è riuscito a risparmiare, si informa sempre di più e cerca di capire!
    Informarsi autonomamente potrebbe però essere un’arma a doppio taglio dato che nel web si legge tutto e il contrario di tutto!
    Sono dell’idea che: o ci si impegna a studiare davvero sodo per capire nel profondo come potersi muovere “in questo mondo di ladri” (Cit.) oppure ci si dovrà sempre più affidare a consulenti finanziari freelance che fanno gli interessi del cliente!!!


  2. Giorgia Ferrari

    7 mesi fa  

    Ciao
    è molto probabile che i consulenti finanziari indipendenti prenderanno sempre più spazio come professionisti del settore, ma credo che sia comunque importante non delegare totalmente la responsabilità della propria gestione finanziaria.
    Tocca studiare Andrea, come sempre!!!


  3. Adriano

    7 mesi fa  

    I passaggi sopra evidenziati sono trattati analiticamente nel volume recentemente pubblicato dall’economista Roubini…. l’unico che sia stato effettivamente in grado di prevedere la crisi del 2007.
    Invito chi possa farlo a leggerlo perché consente di comprendere pure lo stato della situazione finanziaria attuale.
    Articolo molto interessante.


    • Giorgia Ferrari

      7 mesi fa  

      Ciao Adriano,
      grazie del consiglio, mi informo senz’altro su Roubini.
      Sai che ripensando a quegli anni c’era stata un’altra persona che aveva previsto quello che sarebbe successo: Beppe Grillo. Ricordo di aver partecipato, circa un anno prima del crac di Lehman, a un suo spettacolo comico in cui diceva che nel settembre successivo sarebbero fallite diverse banche americane. Spiegava per filo e per segno quello che sarebbe successo nell’incredulità generale.
      Al di là degli aspetti politici successivi, come osservatore del mondo Grillo e, anche altri comici a dire il vero, spesso forniscono una visione più ampia della società. Forse perché meno condizionati dal ruolo?


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