Curva inversa per i titoli di stato? Ahia …

Come continuo a ripetere da un pò di tempo, stiamo vivendo giorni complicati e confusi e, almeno per il momento, non si vede ancora l’uscita dal tunnel. Per dirla tutta, se dovessi scommettere un euro su una previsione personale, l’impressione è che almeno nell’immediato le cose diventeranno ancora più dure e complicate prima di arrivare all’inevitabile stabilizzazione e successiva ripresa.

Ragionando su ampia scala, ho pochi dubbi sul fatto che quella che stiamo attraversando sia una crisi di sistema dovuta ad un evoluzione degli scenari geo-politici e demografici su scala globale così come al livello di rottura di un sistema economico basato su presupposti fondamentalmente non sostenibili sul lungo termine.

I segnali di crisi e rottura si susseguono ormai da più di dieci anni un pò in tutti gli ambiti e negli ultimi 3-4 anni il ritmo dei problemi si sta clamorosamente infittendo.

Quale sarà lo sbocco finale di questa crisi sistemica è ovviamente la domanda da 10 milioni di dollari e per onestà intellettuale non mi sento di azzardare previsioni in tal senso che sarebbero soltanto vacue ipotesi da “grillo parlante” o da “Nostradamus de noartri“. Ribadisco la mia personale positività e serenità in un’ottica di lungo termine ma nel frattempo c’è parecchio da ballare.

Probabilmente è scontato che lo ribadisca ma penso che investire sulla propria comprensione dei fenomeni in essere, sulla propria cultura e preparazione finanziaria sia più che mai una necessità assoluta e da questo punto di vista fornirò ancora una volta il mio contributo conducendo il corso [workshop_what what=”490″ color=”navy”] i prossimi [workshop_when what=”490″ color=”black”] a [workshop_where what=”490″ color=”black”].

Tornando all’analisi dell’attualità e focalizzandoci sui recenti avvenimenti di casa nostra, l’ultima novità è rappresentata dall’inversione della curva che rappresenta i rendimenti dei nostri titoli di Stato che nei giorni scorsi ha visto i rendimenti dei titoli di breve termine (BTP corti e BOT, ossia titoli che hanno una vita residua breve, da zero a due anni) superare quelli offerti dai titoli a lunga scadenza.

Questo fenomeno apparentemente illogico viene per l’appunto definito “inversione della curva” e il suo significato è segnalare un aumentata sfiducia dei mercati, degli investitori esteri e delle grandi banche internazionali sulla possibilità dell’Italia di “sopravvivere“.

Nel caso della Grecia ad esempio la curva è ormai da tempo seriamente invertita e inclinata all’ingiù di oltre 45 gradi. I titoli annuali, paragonabili ai nostri BOT, pagano il 300%, quelli biennali più del 120% e quelli a dieci anni oscillano intorno al 28%. Numeri da incubo che certificano per i mercati un’aspettativa di non ritorno (fonte: “Corriere della Sera”).

Tutto ciò, è cruciale precisarlo, è per ora, assai diverso da quanto si può vedere in relazione alla curva del debito italiano che è alta ma fondamentalmente ancora piatta, con solo qualche piccola increspatura all’altezza dei due e dei cinque anni.

Riprendo testualmente dall’articolo del “Corriere” sopra evidenziato:

  • Claudia Segre, Assiom Forex: «In una situazione normale indebitarsi a lungo comporta il fatto di prendersi un rischio maggiore di quello che si associa ad un investimento breve. Chi può sapere dove saranno i tassi fra trent’anni? E quindi i BTP lunghi e lunghissimi (ma anche i Bund , i Bonos o i Treasury bond americani) se tutto va bene rendono logicamente più delle emissioni con due o tre anni di vita. La febbre della curva invertita, però, è subdola.
  • Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di Banca Albertini Syz: «Quando la sfiducia inizia a salire gli investitori si liberano anche dei titoli brevi, deprimendo i prezzi e spingendo in su i rendimenti, a volte più in alto di dove si trovano i rendimenti dei titoli lunghi. Ciò avviene perché la loro vicinanza di rimborso diventa un’arma a doppio taglio. Il BTP (o qualsiasi altro bond governativo e non) con un anno di vita residua, infatti, quota ormai vicino a 100. Tutte le obbligazioni, a fine corsa, restituiscono 100, cioè il capitale investito. Un titolo a pochi mesi dal traguardo è quindi una buona chance di stabilità e di protezione del capitale per chi ragiona nell’ottica del bicchiere mezzo pieno. Per chi vede invece il bicchiere mezzo vuoto (e purtroppo in questo momento il mercato pullula di investitori malinconici) i titoli corti possono essere considerati una trappola da evitare per non perdere troppo in conto capitale, nel caso estremo di una ristrutturazione del debito. In caso di default, infatti, i titoli a lunghissima scadenza – che oggi in Italia quotano intorno a 80 – espongono gli investitori che li avessero comprati ai prezzi attuali a minori perdite, posto che il rimborso finale in caso di default avviene sempre a meno di 100. Cioè con una perdita imposta, più o meno ampia, in conto capitale.
  • Antonino De Gaetani, gestore obbligazionario di Bnp Paribas: «Oggi, con la curva piatta, è come se il mercato fosse a un bivio, indeciso se prendere la strada disastrosa della Grecia, oppure quella della virtuosa Germania. A chi si domanda che cosa fare, tra le docce fredde quotidiane dei mercati e l’incredibile messe di previsioni catastrofiche che – se ce la faremo – sarà un grandissimo piacere smentire, non resta che applicare un po’ di sano realismo. Non si può avere un portafoglio imbottito di BTP, ma nemmeno pensare che andremo in default. Una sana diversificazione, che preveda anche i titoli di Stato italiani (ma non solo quelli) è forse la ricetta più equilibrata per affrontare le prossime incertezze. Dei titoli a breve abbiamo già detto. Per i titoli tra tre e sette anni, i BTP «intermedi», si possono vedere opportunità e rischi sia per i cassettisti che per chi ama fare trading. Chi acquista ai prezzi correnti riesce a portare a casa un rendimento di quattro punti percentuali superiore al tasso di inflazione senza doversi impegnare troppo a lungo. Ma si possono anche comprare in ottica positivamente speculativa, sperando di realizzare un guadagno in conto capitale nel caso di un miglioramento delle quotazioni. Un ragionamento analogo vale per i decennali, che sono anche i titoli comprati dalla Bce quando partono le missioni di salvataggio sui mercati che crollano. Quanto ai CCT nell’indifferenza generale sono saliti sopra il 10%. Non li guarda nessuno e, in caso di ritrovato equilibrio, offrirebbero straordinarie rimonte in conto capitale.

Insomma, lo scenario come si diceva è parecchio confuso e incerto e ognuno di noi è chiamato a “scommettere” in una direzione o nell’altra.

Pur senza attribuirgli lo status di oracolo infallibile, Warren Buffet – il più grande investitore del mondo – ha sempre affermato di aver poggiato la sua fortuna comprando nei momenti di massima depressione e panico sui mercati quando tutti gli altri volevano vendere e le quotazioni erano quindi assai convenienti e invece vendendo quando tutti desiderano comprare e i mercati erano in euforia.

Certo, tutte le ricette prima o poi falliscono agli occhi della storia ed in ogni caso aldilà dei consigli e delle informazioni che si possono acquisire, la responsabilità dei propri investimenti è assolutamente personale e individuale.

Qualè la tua personale opinione e quali le tue scelte?

Se ti va, LASCIA UN COMMENTO in calce all’articolo esprimendo la tua opinione.

Stay tuned per nuovi aggiornamenti sullo scenario in grande evoluzione.

Roberto Pesce

La grande caduta dei Titoli di Stato

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MILANO – Non sfondate quella curva. E soprattutto: non inclinatela a testa in giù. Quella linea che rappresenta i rendimenti dei nostri titoli di Stato e che il 5 luglio del 2011 era fisiologicamente protesa verso l’alto (vedi grafico ) con i Bot che rendevano poco più dell’1,5% e i Btp a trent’anni che offrivano meno del 6%, oggi è drammaticamente piatta a un livello stellare che oscilla intorno al 7-8% per tutti i titoli. Ma c’è di più: in qualche punto si vede un pericoloso (lieve) cedimento.
Sofismi da analisti grafici? Proprio no. E cercheremo di spiegare perché.

Ieri i titoli italiani hanno bruciato nuovi e poco invidiabili record. Ma questa volta l’allarme rosso si è acceso con insistenza sui Btp corti e sui Bot, cioè sui titoli che hanno una vita residua molto breve, da zero a due anni. La maratona dei rendimenti, che nel momento peggiore, poco prima di mezzogiorno, hanno superato l’8% per i titoli a cedola fissa biennali, è stata innescata da motivazioni di vario genere. Oltre alla giornaliera dose di pessimismo generata dalla sensazione che l’uscita dal tunnel sia lontana nonostante i vertici internazionali e gli sforzi dei singoli governi, ieri i mercati hanno avuto una bella piattaforma tecnica a cui ancorare le loro paure: le due aste del Tesoro italiano, quella per i Bot semestrali e quella per i Ctz. In Europa non c’erano altri appuntamenti e le ansie si sono concentrate lì.

Tutti i titoli in offerta sono stati collocati ma, ahimè, non è successo nessun miracolo. E quindi, come da prevedibile copione, il mercato sempre più incerto ha preteso un premio praticamente raddoppiato per comprare. I Bot sono arrivati al 6,504% dal 3,535% raggiunto in ottobre, mentre il Ctz – il titolo zero coupon – si è spinto al 7,814% rispetto al precedente 4,628%.

Un balzo che ha sconquassato l’intera curva dei rendimenti: nel mezzogiorno di fuoco dei biennali oltre l’8% – poi ritornati verso il 7,8% – investire in un titolo che scade nel novembre 2013 rendeva più che impegnarsi con un titolo decennale (che ieri ha toccato un massimo di 7,41%) o con un titolo a trent’anni che pagava ancora meno: il 7,26% ( vedi tabelle) .

Gli esperti chiamano questo fenomeno inversione della curva. Una patologia che sta ai mercati del reddito fisso come la febbre cattiva. Se la curva si inverte seriamente, cioè se il premio da pagare per i propri debiti a breve e medio termine risulta sensibilmente più elevato di quello da sborsare per i titoli di lunga durata, vuol dire che il virus della sfiducia è in azione. Nel caso della Grecia, per esempio, la curva è inclinata all’ingiù di oltre 45 gradi. I titoli annuali, paragonabili ai nostri Bot, pagano il 300%, quelli biennali più del 120% e quelli a dieci anni oscillano intorno al 28%. Numeri da game over che certificano per i mercati un’evidenza di non ritorno. E che, per ora, sono lontani anni luce dalla nostra curva. Pericolosamente alta, questo sì, ma piatta, con qualche piccola scoliosi all’altezza dei due e dei cinque anni.

Spiega Claudia Segre, segretario generale di Assiom Forex: «In una situazione normale indebitarsi a lungo comporta il fatto di prendersi un rischio maggiore di quello che si associa ad un investimento breve». Chi può sapere dove saranno i tassi fra trent’anni? E quindi i Btp lunghi e lunghissimi (ma anche i Bund , i Bonos o i Treasury bond americani) se tutto va bene rendono logicamente più delle emissioni con due o tre anni di vita. La febbre della curva invertita, però, è subdola. «Quando la sfiducia inizia a salire – spiega ancora Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di Banca Albertini Syz – gli investitori si liberano anche dei titoli brevi, deprimendo i prezzi e spingendo in su i rendimenti, a volte più in alto di dove si trovano i rendimenti dei titoli lunghi». Perché? «Perché la loro vicinanza di rimborso diventa un’arma a doppio taglio», dice ancora Drusiani. Il Btp (o qualsiasi altro bond governativo e non) con un anno di vita residua, infatti, quota ormai vicino a 100. Tutte le obbligazioni, a fine corsa, restituiscono 100, cioè il capitale investito. Un titolo a pochi mesi dal traguardo è quindi una buona chance di stabilità e di protezione del capitale per chi ragiona nell’ottica del bicchiere mezzo pieno.

Per chi vede invece il bicchiere mezzo vuoto (e purtroppo in questo momento il mercato pullula di investitori malinconici) i titoli corti possono essere considerati una trappola da evitare per non perdere troppo in conto capitale, nel caso estremo di una ristrutturazione del debito. In caso di default, infatti, i titoli a lunghissima scadenza – che oggi in Italia quotano intorno a 80 – espongono gli investitori che li avessero comprati ai prezzi attuali a minori perdite, posto che il rimborso finale in caso di default avviene sempre a meno di 100. Cioè con una perdita imposta, più o meno ampia, in conto capitale.

Ma davvero ha senso applicare questo genere di paure al futuro dei Btp? Per il momento no, ma la febbre e i meccanismi perversi del virus non si possono negare. Tutto però è ancora in gioco. «Oggi, con la curva piatta, è come se il mercato fosse a un bivio, indeciso se prendere la strada disastrosa della Grecia, oppure quella della virtuosa Germania», dice Antonino De Gaetani, gestore obbligazionario di Bnp Paribas. A chi si domanda che cosa fare, tra le docce fredde quotidiane dei mercati e l’incredibile messe di previsioni catastrofiche che – se ce la faremo – sarà un grandissimo piacere smentire, non resta che applicare un po’ di sano realismo. Non si può avere un portafoglio imbottito di Btp, ma nemmeno pensare che andremo in default. Una sana diversificazione, che preveda anche i titoli di Stato italiani (ma non solo quelli) è forse la ricetta più equilibrata per affrontare le prossime incertezze. Dei titoli a breve abbiamo già detto. Per i titoli tra tre e sette anni, i Btp «intermedi», si possono vedere opportunità e rischi sia per i cassettisti che per chi ama fare trading. Chi acquista ai prezzi correnti riesce a portare a casa un rendimento di quattro punti percentuali superiore al tasso di inflazione senza doversi impegnare troppo a lungo. Ma si possono anche comprare in ottica positivamente speculativa, sperando di realizzare un guadagno in conto capitale nel caso di un miglioramento delle quotazioni. Un ragionamento analogo vale per i decennali, che sono anche i titoli comprati dalla Bce quando partono le missioni di salvataggio sui mercati che crollano. Quanto ai Cct nell’indifferenza generale sono saliti sopra il 10%. Non li guarda nessuno e, in caso di ritrovato equilibrio, offrirebbero straordinarie rimonte in conto capitale.
E se dopo il Btp Day potessimo organizzare, usciti dal tunnel, un «Btp Day Pride»?La grande caduta dei Titoli di Stato Come orientarsi tra tassi in rialzo di Bot, Cct e prezzi da saldo Vademecum anticrisi: Rendimenti e volatilità La grande caduta dei Titoli di Stato Come orientarsi tra tassi in rialzo di Bot, Cct e prezzi da saldo MILANO – Non sfondate quella curva. E soprattutto: non inclinatela a testa in giù. Quella linea che rappresenta i rendimenti dei nostri titoli di Stato e che il 5 luglio del 2011 era fisiologicamente protesa verso l’alto (vedi grafico ) con i Bot che rendevano poco più dell’1,5% e i Btp a trent’anni che offrivano meno del 6%, oggi è drammaticamente piatta a un livello stellare che oscilla intorno al 7-8% per tutti i titoli. Ma c’è di più: in qualche punto si vede un pericoloso (lieve) cedimento. Sofismi da analisti grafici? Proprio no. E cercheremo di spiegare perché. Ieri i titoli italiani hanno bruciato nuovi e poco invidiabili record. Ma questa volta l’allarme rosso si è acceso con insistenza sui Btp corti e sui Bot, cioè sui titoli che hanno una vita residua molto breve, da zero a due anni. La maratona dei rendimenti, che nel momento peggiore, poco prima di mezzogiorno, hanno superato l’8% per i titoli a cedola fissa biennali, è stata innescata da motivazioni di vario genere. Oltre alla giornaliera dose di pessimismo generata dalla sensazione che l’uscita dal tunnel sia lontana nonostante i vertici internazionali e gli sforzi dei singoli governi, ieri i mercati hanno avuto una bella piattaforma tecnica a cui ancorare le loro paure: le due aste del Tesoro italiano, quella per i Bot semestrali e quella per i Ctz. In Europa non c’erano altri appuntamenti e le ansie si sono concentrate lì. Tutti i titoli in offerta sono stati collocati ma, ahimè, non è successo nessun miracolo. E quindi, come da prevedibile copione, il mercato sempre più incerto ha preteso un premio praticamente raddoppiato per comprare. I Bot sono arrivati al 6,504% dal 3,535% raggiunto in ottobre, mentre il Ctz – il titolo zero coupon – si è spinto al 7,814% rispetto al precedente 4,628%. Un balzo che ha sconquassato l’intera curva dei rendimenti: nel mezzogiorno di fuoco dei biennali oltre l’8% – poi ritornati verso il 7,8% – investire in un titolo che scade nel novembre 2013 rendeva più che impegnarsi con un titolo decennale (che ieri ha toccato un massimo di 7,41%) o con un titolo a trent’anni che pagava ancora meno: il 7,26% ( vedi tabelle) . Gli esperti chiamano questo fenomeno inversione della curva. Una patologia che sta ai mercati del reddito fisso come la febbre cattiva. Se la curva si inverte seriamente, cioè se il premio da pagare per i propri debiti a breve e medio termine risulta sensibilmente più elevato di quello da sborsare per i titoli di lunga durata, vuol dire che il virus della sfiducia è in azione. Nel caso della Grecia, per esempio, la curva è inclinata all’ingiù di oltre 45 gradi. I titoli annuali, paragonabili ai nostri Bot, pagano il 300%, quelli biennali più del 120% e quelli a dieci anni oscillano intorno al 28%. Numeri da game over che certificano per i mercati un’evidenza di non ritorno. E che, per ora, sono lontani anni luce dalla nostra curva. Pericolosamente alta, questo sì, ma piatta, con qualche piccola scoliosi all’altezza dei due e dei cinque anni. Spiega Claudia Segre, segretario generale di Assiom Forex: «In una situazione normale indebitarsi a lungo comporta il fatto di prendersi un rischio maggiore di quello che si associa ad un investimento breve». Chi può sapere dove saranno i tassi fra trent’anni? E quindi i Btp lunghi e lunghissimi (ma anche i Bund , i Bonos o i Treasury bond americani) se tutto va bene rendono logicamente più delle emissioni con due o tre anni di vita. La febbre della curva invertita, però, è subdola. «Quando la sfiducia inizia a salire – spiega ancora Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di Banca Albertini Syz – gli investitori si liberano anche dei titoli brevi, deprimendo i prezzi e spingendo in su i rendimenti, a volte più in alto di dove si trovano i rendimenti dei titoli lunghi». Perché? «Perché la loro vicinanza di rimborso diventa un’arma a doppio taglio», dice ancora Drusiani. Il Btp (o qualsiasi altro bond governativo e non) con un anno di vita residua, infatti, quota ormai vicino a 100. Tutte le obbligazioni, a fine corsa, restituiscono 100, cioè il capitale investito. Un titolo a pochi mesi dal traguardo è quindi una buona chance di stabilità e di protezione del capitale per chi ragiona nell’ottica del bicchiere mezzo pieno. Per chi vede invece il bicchiere mezzo vuoto (e purtroppo in questo momento il mercato pullula di investitori malinconici) i titoli corti possono essere considerati una trappola da evitare per non perdere troppo in conto capitale, nel caso estremo di una ristrutturazione del debito. In caso di default, infatti, i titoli a lunghissima scadenza – che oggi in Italia quotano intorno a 80 – espongono gli investitori che li avessero comprati ai prezzi attuali a minori perdite, posto che il rimborso finale in caso di default avviene sempre a meno di 100. Cioè con una perdita imposta, più o meno ampia, in conto capitale. Ma davvero ha senso applicare questo genere di paure al futuro dei Btp? Per il momento no, ma la febbre e i meccanismi perversi del virus non si possono negare. Tutto però è ancora in gioco. «Oggi, con la curva piatta, è come se il mercato fosse a un bivio, indeciso se prendere la strada disastrosa della Grecia, oppure quella della virtuosa Germania», dice Antonino De Gaetani, gestore obbligazionario di Bnp Paribas. A chi si domanda che cosa fare, tra le docce fredde quotidiane dei mercati e l’incredibile messe di previsioni catastrofiche che – se ce la faremo – sarà un grandissimo piacere smentire, non resta che applicare un po’ di sano realismo. Non si può avere un portafoglio imbottito di Btp, ma nemmeno pensare che andremo in default. Una sana diversificazione, che preveda anche i titoli di Stato italiani (ma non solo quelli) è forse la ricetta più equilibrata per affrontare le prossime incertezze. Dei titoli a breve abbiamo già detto. Per i titoli tra tre e sette anni, i Btp «intermedi», si possono vedere opportunità e rischi sia per i cassettisti che per chi ama fare trading. Chi acquista ai prezzi correnti riesce a portare a casa un rendimento di quattro punti percentuali superiore al tasso di inflazione senza doversi impegnare troppo a lungo. Ma si possono anche comprare in ottica positivamente speculativa, sperando di realizzare un guadagno in conto capitale nel caso di un miglioramento delle quotazioni. Un ragionamento analogo vale per i decennali, che sono anche i titoli comprati dalla Bce quando partono le missioni di salvataggio sui mercati che crollano. Quanto ai Cct nell’indifferenza generale sono saliti sopra il 10%. Non li guarda nessuno e, in caso di ritrovato equilibrio, offrirebbero straordinarie rimonte in conto capitale. E se dopo il Btp Day potessimo organizzare, usciti dal tunnel, un «Btp Day Pride»?

3 commenti

  1. Roberto Consalvo

    7 anni fa  

    ciao Roberto.

    nel precedente post dicevi che avresti acquistato titoli di stato.

    cos’hai comprato? btp o cct?

    saluti.


  2. Roberto Pesce

    7 anni fa  

    Essenzialmente BTP più qualcosina come CCT a brevissimo per far rendere un minimo della liquidità che ho parcheggiato lì in previsione delle imposte della prossima estate.


  3. Ivan

    7 anni fa  

    Al di la del rischio che ne comporta ma a titolo culturale :
    Si possono compraree devo i btp greci??
    grazie


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