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Denaro e felicità. L’effetto leva dei datori di lavoro

denaro e felicitàMolti di noi pensano genuinamente che avere più soldi ci renderà più felici; altri si sentono altrettanto sicuri che il denaro non possa comprare la felicità.

Quindi cos’è giusto?

Nonostante molti filosofi, economisti e psicologi si siano fatti la domanda nel corso delle generazioni, non c’è una risposta definitiva. Come al solito in tema di felicità la risposta sembra essere: dipende.

Andiamo un po’ più in profondità sui fattori che complicano la relazione tra denaro e felicità e analizziamo varie ricerche scientifiche compiute negli anni per trovare qualche risposta. Concentriamoci in primis sul fatto di avere o guadagnare denaro, prima di pensare alle scelte per spenderlo.

Avere del denaro può rendermi felice? La semplice risposta a questa domanda è sì.

Avere del denaro può renderti felice. Comunque, solamente fino a un certo punto, e questa felicità dipende dal modo in cui ne sei venuto in possesso.

Molti studi hanno analizzato e provato a quantificare l’effetto del reddito sulla tua felicità.

Certamente, il tuo reddito ha effetto a moltissimi elementi, come le dimensioni della tua casa, il modo in cui l’hai arredata, e forse il luogo nel quale vivi. L’esperto di wellbeing Gethin Nadin afferma “Il denaro contribuisce alla felicità quando ci aiuta a soddisfare i bisogni primari, ma la ricerca ci dice che oltre un certo livello più soldi non generano più felicità”.

La professoressa di psicologia Sonja Lyubomirsky, dell’Università della California voleva quantificare il reddito necessario per essere felici. Ha chiesto a persone che avevano un reddito annuo pari a 30.000 dollari quanto necessitassero per essere felici. La risposta fu 50.000 dollari. Quando lo ha chiesto a persone che guadagnavano 100.000 dollari questi hanno stimato essere 250.000 dollari. I suoi studi hanno dimostrato che non era importante quanto le persone guadagnassero, queste pensavano sempre ne servisse un po’ di più per essere veramente felici.

Spesso viene citato uno studio di Princeton del 2010 che suggerisce che la felicità è collegata al reddito, ma solo fino ad un certo livello. Felicità e reddito salgono insieme fino alla soglia di 75.000 dollari. Dopo questo importo, sembra che incrementi di reddito portino degli incrementi lievi di felicità. Questo stesso studio dimostra che questi incrementi di reddito fino ai 75.000 dollari riducono altresì l’impatto di circostanze negative. Ad esempio, gli individui che guadagnano di più sono meno portati a percepire tristezza, anche se devono affrontare un divorzio o convivere con una severa asma.

All’interno di questo studio non vengono però presi in considerazione i milionari e il denaro ereditato. Queste categorie vengono analizzate da uno studio del 2017. Questo ha trovato che esistono differenze nell’ambito della felicità tra coloro che possiedono patrimoni da 1-3 milioni di dollari rispetto a quelli con fortune da 10 o più milioni. Questi ultimi sembrano decisamente più felici dei loro cugini un po’ più poveri. Lo stesso studio trova evidenza che chi si è costruito la propria ricchezza è decisamente più felice di chi è nato nel lusso e nell’abbondanza. Andrew Carnage sembra avesse ragione quando affermò che “ricchezze enormi minano i talenti e le energie di un bambino, portandolo a vivere una vita meno ricca di significato e meno degna rispetto a quelle di persone meno ricche alla nascita”.

Denaro e felicità: l’effetto lotteria

Un’ulteriore area di studio tra i ricercatori della felicità è il caso di chi ha vinto del denaro.

Ci sono diversi studi su questo argomento e mostrano la relazione tra il denaro e altre variabili come la classe socio-economica, la posizione geografica e varie altre. Questo perché esistono numerosi gruppi di controllo dei dati, rappresentati da chi non ha vinto la lotteria. In linea di massima sembra che la felicità non sia un granché aumentata per chi ha vinto discrete o ingenti somme di denaro. Uno studio del 1978 su 22 vincitori della lotteria con un premio medio di 480.000 dollari ha dimostrato livelli di felicità non dissimili da quelli dei gruppi di controllo. Infatti, gli individui che hanno vinto dei soldi hanno segnalato che le attività ordinarie come vedere la TV e socializzare con gli amici non gli generavano più felicità di quella dei gruppi di controllo. Un ulteriore studio del 2007 ha altresì dimostrato che le persone che hanno vinto dai 200.000 dollari in su hanno sperimentato livelli di stress significativamente più alti nei successivi due anni. Nel 2018 uno studio di Grant E. Donnelly ha concluso che delle vincite di moderati importi portano maggiore felicità ma solo per poco tempo. In definitiva questi esempi indicano che il punto non è tanto la quantità denaro che si possiede, ma le modalità in cui il denaro ti possa rendere felice e come lo si sia ottenuto.

Spendere il denaro ci rende felici?

Se il punto non è solo avere del denaro, il modo in cui lo spendiamo ha un significativo impatto sulla nostra felicità. Il detto dice che “il denaro non compra la felicità”, è vero?

Uno studio molto famoso di Thomas Gilovich del 2014 ha dimostrato che spendere il denaro in esperienze piuttosto che in oggetti rende più felici le persone. Gilovich ha concluso che acquistare delle esperienze ha alta possibilità di migliorare i legami sociali. Questo probabilmente perché normalmente si condividono le esperienze con altre persone o perché si è portati a raccontare agli altri ciò che abbiamo vissuto. Le nostre esperienze inoltre vanno normalmente a impattare la nostra identità molto più che le nostre proprietà. Ad esempio, potresti essere la persona che ama andare alle partite con il tuo abbonamento o quello che è solita andare in crociera con i propri amici. Le tue vacanze in Sardegna sono state favolose ma è molto più difficile dire se sono state meglio delle vacanze a Londra del tuo collega. Invece è molto più semplice comparare la tua auto con la sua.

La saggezza popolare suggerisce che comprare oggetti non ci farà più felici, ma nonostante questo in molti si instaura un pensiero che va contro questo approccio. Chi non ha prima o poi pensato che un computer più prestante, un telefono nuovo o la maglietta del nostro giocatore preferito ci facesse essere più felici?

Il problema è che questa felicità dura per un momento perché la nostra mente si abitua velocemente agli oggetti che possediamo. Questo implica che la nostra felicità non viene sostenuta a lungo termine dagli oggetti per i quali abbiamo speso in nostri soldi.

È vero però che il processo di acquisto di piccoli oggetti (ricerca, comparazione, analisi dei benefici che questo oggetto ci genererà) può generare innalzamenti del livello di felicità fino al momento dell’acquisto vero e proprio. Insomma l’aspetto piacevole sembrerebbe proprio il pensare all’acquisto, piuttosto che il possesso dell’oggetto.

Un fattore molto interessante confermato da diversi studi sembra il fatto che spendere del denaro per le altre persone porta più felicità che comprare oggetti per noi stessi.

Molte persone intervistate a questo proposito dichiarano che preferiscono spendere per sé stessi, ma i risultati delle varie ricerche sembrano non confermare questo approccio. In una di queste analisi Elizabeth Dunn dell’Università della British Columbia ha fornito dei soldi ai partecipanti che facevano parte di due gruppi. Il primo doveva spenderli per sé stesso, il secondo per altre persone. Dunn ha scoperto che il secondo gruppo aveva un incremento della felicità decisamente più consistente e anche più duraturo. Questo perché spendere per gli altri è un’attività sociale e ci fa acquisire una migliore opinione di noi stessi (anche quando il regalo è forzato da uno scienziato).

Spendere denaro in cambio di tempo

La sola cosa che penso sia veramente meravigliosa del denaro è il fatto di poter comprare il tempo.

Nel passato quando lavoravo lontano da casa ero solito calcolare il tempo necessario per rientrare e poter giocare con i miei figli. Questo tempo era altamente prezioso e per poterlo comprare ho scelto mezzi di trasporto spesso non convenienti, ma che mi hanno permesso di spendere più tempo con i ragazzi.

La buona notizia è che tutti gli studi dicono che spendere denaro in cambio di tempo ci rende più felici.

Ci sono diversi modi per comprare il tempo:

  • lavorare meno per avere più tempo da dedicare alle nostre passioni, in questo caso il prezzo è il mancato guadagno.
  • pagare qualcun altro per fare dei lavori al nostro posto (tagliare il prato, stirare, pulire casa ecc.)
  • acquistare oggetti o equipaggiamento che semplifica alcune attività (robot per pulire il pavimento, tagliare l’erba, lavare i vetri ecc.)

Secondo la psicologa Lyubomirsky se reinvestiamo il tempo in certi tipi di attività come, passare del tempo con gli amici o la famiglia, dedicarsi alla musica o ad altre attività culturali, imparare nuove abilità e facendo volontariato, andremo ad aumentare la gioia nella nostra vita.

Guardando in ambito lavorativo se pensiamo ad un collaboratore che utilizza strumentazione che lo costringere a utilizzare il suo tempo inutilmente, ad esempio un pc lento, risulta molto evidente che potremmo utilizzare il denaro per recuperare il suo tempo attraverso un investimento in un pc al passo con i tempi e generare un duplice impatto sulla sua felicità e sulle sue prestazioni.

Concludiamo questa carrellata sugli studi che mettono in relazione il denaro e la felicità con un argomento che ha molto impatto nell’ambito organizzativo.

Una recente ricerca del 2020 ha dimostrato che preoccuparsi per il denaro è uno delle più grosse cause di stress sia nell’ambito delle prestazioni lavorative, sia nell’ambito delle relazioni personali e sociali. I “preoccupati” perdono da 1 a 3 giorni all’anno nello stress andando a impattare sulla qualità del lavoro e contaminando l’ambiente lavorativo con negatività e malcontento.

L’opinione di molti è che i datori di lavoro dovrebbero farsi carico delle situazioni finanziarie dei propri dipendenti garantendo salari adeguati e promuovendo un approccio corretto con il denaro e formazione in questo ambito. Se analizziamo il livello di fiducia nelle istituzioni finanziarie (banche , intermediari ecc.) e quello nei confronti del datore di lavoro, scopriamo che quest’ultimo ha una grado di autorevolezza e fiducia molto più alto. 

Sembrerebbe emergere che i datori di lavoro sono nelle condizioni migliori per sostenere la cultura finanziaria dei propri collaboratori e così facendo migliorare il loro benessere mentale.

Ritieni che questo potrebbe portare anche al miglioramento delle prestazioni? Io sono convinto di sì.

Stefano Selvini

 

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