Decreto liquidità: l’equilibrismo delle banche

decreto-liquiditàEro davvero indecisa se scrivere del MES (il meccanismo europeo di stabilità) o valutare il decreto liquidità n.23 dell’8 aprile 2020 stanziato a sostegno delle piccole medie imprese.

Una scelta avvincente.

Ho preferito rimandare i discorsi sul MES, Eurobond o Coronabond a bocce ferme. Che l’Italia da sola non ce la possa fare, visto l’indebitamento raggiunto e le disastrose previsioni sul PIL, è abbastanza chiaro alle persone ragionevoli, il fatto che dai negoziati delle prossime ore dipenda anche il destino dell’Europa una leva che ci aiuterà. 

Immagino che la trattativa andrà ben oltre il 23 aprile e, qualunque cosa succederà nelle prossime ore, sarà bene analizzarla a distanza di qualche giorno. Con più lentezza.

A dirla tutta sono settimane che mi sento in affanno, in una rincorsa continua: leggo, valuto, penso, rielaboro notizie, inseguo nuove soluzioni per vecchi problemi in un divenire continuo senza poter pianificare quasi nulla.

Altro che noia da quarantena! Facendo due conti sono almeno alla fase 4.

Fase 1: incredulità, paura e spaesamento.

Fase 2: reazione solidale e interazione digitale estrema.

Fase 3: analisi dei dati e soluzionismo radicale.

Fase 4: una profonda stanchezza.

Perciò vada per il decreto liquidità: un’analisi rilassata e pratica con qualche riflessione tutt’altro che esaustiva.

Decreto liquidità: soldi alle imprese?

Come abbiamo analizzato qualche settimana fa in un articolo molto dibattuto sull’economia reale, il sostegno delle imprese è vitale per il tessuto economico e sociale del paese.

Garantire la loro sopravvivenza significa garantirci un futuro non solo economico ma aggiungerei pacifico.

Per questo il decreto liquidità n.23 dell’8 aprile 2020 (quello che Conte annunciò come “400 miliardi a favore delle imprese”, per capirci) è così importante: definisce quantità e modi per far arrivare soldi alle imprese.

Mi soffermo in particolare sulle piccole e medie imprese che, come abbiamo detto, sono quelle numericamente più diffuse e al momento le più in difficoltà, ma il ragionamento conclusivo vale un po’ per tutto il sistema.

Le aziende, che siano commercianti, artigiani o liberi professionisti, che fatturano fino a 100 mila euro annui (certificati da bilancio o dalla dichiarazione dei redditi) possono richiedere:

  • fino a 25 mila Euro di finanziamento (l’importo non può superare il 25% del fatturato);
  • da ripagare in 72 mesi di cui 24 mesi di preammortamento;
  • a un tasso agevolato;
  • con la garanzia del Fondo Centrale di Garanzia al 100%.

Facciamo un esempio pratico.

Prendiamo ad esempio un bar, chiamiamolo Speranza (porta pazienza…).

Il BAR Speranza fattura 75 mila Euro annui.

In base al suo giro d’affari, la cifra massima che il titolare del Bar Speranza può ottenere è 18.750 Euro (cioè il 25% di 75 mila).

Se non ha avuto mai problemi, come sconfinamenti o rate non pagate che lo hanno etichettato come cattivo pagatore, ottiene con una certa facilità i 18 mila Euro che poi restituirà a rate per i successivi 6 anni.

Per i primi due anni non dovrà pagare rate vere e proprie, ma solo interessi.

Il tasso che gli verrà applicato è un tasso agevolato (cit. da Decreto: tasso di Rendistato con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi + 0,20 punti), adesso intorno all’1%.

Per queste concessioni le Banche devono solo verificare che le persone rientrino nei requisiti richiesti e firmino le autocertificazioni previste (parecchie si lamentano in tanti), perché dal punto di vista del merito creditizio cioè della valutazione del rischio a prestar soldi a quel cliente c’è ben poco da far ragionamenti: la cifra è totalmente garantita dallo Stato.

Ma cosa succede se il Bar Speranza ha già un fido di cassa di 10 mila Euro che utilizzava per la sua gestione ordinaria?

Probabilmente la Banca chiederà al cliente di estinguere quel debito grazie al nuovo finanziamento, così che il Bar Speranza alla fine otterrà “solo” 8.750 Euro di nuova liquidità. E la Banca trasformerà quello che prima era definito un fido in bianco (o più tecnicamente chirografario, ovvero senza garanzie) in un fido completamente garantito dalla garanzia dello Stato.

La prima volta che ci ho pensato la facile conclusione è stata: “hanno trovato l’ennesimo modo per salvaguardare le banche”.

Poi ci ho riflettuto meglio.

Le banche sono aziende private (per ora) e il primo obiettivo che hanno non è tanto guadagnare dall’immediato ma tutelare il credito che concedono affinché possano continuare a guadagnare anche in futuro, ovvero a esistere.

Se concedessero credito a tutti, come  succedeva in America prima del 2008, non finirebbe bene. Lo abbiamo già visto, comprese le conseguenze.

Di certo ora le banche saranno più che preoccupate.

Immagino analisi, studi e proiezioni sull’enorme quantità di crediti già esistenti che non sarà rimborsata e di quanti immobili finiranno all’asta insieme a quelli 2008 appunto.

Inoltre concedere credito in modo indiscriminato solo perché c’è la garanzia dello Stato significherebbe per loro spostare il problema più a monte minando a un altro livello l’intero sistema.

Non sarà facile per nessuno quindi mantenere l’equilibrio tra le necessità delle imprese e la tutela del credito e del sistema economico.

Auspico però, con un pizzico di ingenuo ottimismo, che per una volta sia l’interesse comune a guidare le scelte. La situazione è già triste e complessa di suo.

Giorgia Ferrari

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2 commenti

  1. Stefania frullini

    6 mesi fa  

    A dire il vero c’è una circolare Abi che specifica che il prestito fino a 25.000 euro NON può essere in alcun modo utilizzato per ripianare vecchie esposizioni bancarie poiché in tal modo si violerebbe l’ obbligo del preammortamento di 24 mesi. La sanzione è la perdita per la banca della garanzia statale


    • Giorgia Ferrari

      6 mesi fa  

      Grazie Stefania per la precisazione, ne sono al corrente.
      Come detto però la rimodulazione dei fidi (magari ricorrendo a mezzi propri) in certi casi renderebbe più sostenibile/economico l’indebitamento e perciò non è sempre da intendersi in maniera negativa.


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