Perché investo nella Green Economy e nel bambù gigante

Alla vigilia di nuove importantissime edizioni di “INVESTIRE NELLA GREEN ECONOMY” (quasi certamente le ultime della serie, non mancare se sei interessato a saperne di più su questo settore emergente!) torno a scrivere un articolo sul tema degli investimenti nel bambù gigante andando ad aprire una nuova finestra di comprensione su alcune delle motivazioni che mi stanno spingendo personalmente ad investire in maniera importante in questo ambito.

Se sei un nuovo lettore del blog ti invito innanzi tutto a ripartire dall’inizio andando a recuperare i 3 articoli dello scorso anno in cui avevo fornito parecchie informazioni sul perchè investire nel bambù gigante, li trovi cliccando sui link qua sotto:

Le mie motivazioni personali ad investire in questo settore sono molto facili da capire:

  1. lo ritengo un veicolo eccezionale per diversificare in maniera clamorosa il mio patrimonio 
  2. parliamo di un settore assolutamente innovativo che si pone l’obiettivo di intercettare trend economici crescenti nei prossimi decenni (in questo senso va pensato come un investimento a medio rischio / alto rendimento)
  3. è allo stesso tempo un investimento finanziario ma in economia reale e “fisicamente tangibile” oltre che nazionale
  4. è un veicolo che svilupperà (o quantomeno lo speriamo …) importanti flussi futuri di reddito passivo che è uno dei punti fermi di tutta la mia strategia finanziaria
  5. nel perseguire guadagni personali, mai come in questo caso so che sto facendo del bene al pianeta, alle persone che abitano vicino alle nostre foreste di bambù gigante e ai futuri consumatori dei nostri germogli biodinamici che sono un alimento dalle notevoli proprietà salutari per l’organismo umano

Ti fornisco alcuni dati e riflessioni per farti capire meglio quest’ultimo punto che risponde ad un’esigenza sociale e macro economica, mai così sentita come oggi (di cui peraltro abbiamo già parlato in passato in altri articoli del blog scritti da Giorgia).

Il tema più ampio è infatti quello dell’eco sostenibilità per un pianeta sempre più in stress a causa dei maltrattamenti che gli stiamo arrecando da decenni e decenni.

Solo pochi mesi fa, esattamente il 15 marzo 2019, i notiziari di tutto il mondo sono stati invasi dalle immagini della più grande manifestazione per il clima di tutti i tempi, in cui 1,6 milioni di persone sono scese in piazza e hanno marciato per le strade di 125 nazioni per chiedere ai governi politiche più serie contro il riscaldamento globale.

Come per le grandi battaglie per i diritti civili negli anni ’60, anche questa volta la denuncia è partita dai giovani, di cui si è fatta portavoce l’attivista sedicenne Greta Thunberg, la studentessa svedese diventata il simbolo e la rappresentante più conosciuta del nuovo movimento ambientalista studentesco da quando, il 20 agosto del 2018, si è seduta davanti al Parlamento svedese reggendo un cartello con la scritta: “Sciopero della scuola per il clima”.

Gli esperti parlano di 12 anni per fermare il disastro: ci resta poco più di un decennio per mettere in atto una vera e propria rivoluzione ecologica e svoltare il modello produttivo attuale con una vera e propria rivoluzione “green” che permetta di salvaguardare il futuro del nostro pianeta.

Se il mondo è il pericolo la colpa è nostra. I ghiacciai si sciolgono, i livelli del mare salgono mentre le acque si acidificano, le foreste si riducono e gli ecosistemi faticano ad adattarsi alle trasformazioni repentine dovute al riscaldamento globale, con conseguenze disastrose per la flora e la fauna terrestri.

Gli scienziati sono concordi nell’indicare che il 95% dei fenomeni legati al cambiamento climatico è dovuto alle attività antropiche, che nell’ultimo secolo e mezzo hanno causato un aumento innaturale delle temperature attraverso l’emissione di calore dovuta ai gas serra.

Non solo: impoverimento dei suoli, migrazioni di massa, calo delle risorse di acqua dolce, desertificazione, estinzione di specie animali e vegetali, scarsità di cibo, diffusione di malattie … i sintomi e i segnali ci urlano in faccia e anche i più cinici ormai non possono più ignorarli.

La “guerra alla plastica” è solo uno dei più noti tentativi di risposta a questi problemi pressanti che si sta cercando di attuare e, anche in questo senso, la green economy e la creazione di materiali naturali facilmente riproducibili sono in prima linea nel tentativo di fornire risposte concrete.

Per tutte queste ragioni, sono sempre di più i governi che investono nella green economy e le aziende che scelgono questo indirizzo a fronte di una crescita della consapevolezza dei consumatori e una diffusione dei valori della “green society”: sostenibilità, qualità, innovazione.

La nostra tanto criticata Italia non è affatto in seconda fila in questo processo, anzi.

Così si esprime Ermete Realacci, presidente di Symbola, fondazione per le qualità italiane: “In Italia il cammino verso il futuro incrocia strade che arrivano dal passato e che ci parlano di una spinta alla qualità, all’efficienza, all’innovazione, alla bellezza. Una sintonia tra identità e istanze del futuro che negli anni bui della crisi è  diventata una reazione di sistema. Una scelta coraggiosa e vincente, per le imprese e per il Paese. Un modello produttivo e sociale per una Italia che fa l’Italia. Più competitiva, più solidale, più green”.

Davanti all’evidenza tangibile degli stravolgimenti causati dal cambiamento
climatico, è naturale che la sostenibilità sia diventata una tematica che non è più possibile ignorare e il rapporto del 5° Osservatorio Nazionale sulla sostenibilità indica infatti che nel 2018 il 74% della popolazione italiana (il 15% in più dello scorso anno) ha dichiarato di essere interessato o appassionato all’argomento e motivato a evolvere i propri comportamenti.

Sta nascendo finalmente una “green society” – un modo di vivere sempre più attento e consapevole – con cui si aprono anche nuove opportunità di crescita di consumo e di mercato per aziende e amministrazioni governative. Il nostro modello di sviluppo ha l’obbligo di marciare verso la sostenibilità.

La green economy, insomma, deve diventare lo standard e con questo termine si intende un modello di sviluppo che pone l’attenzione sulla qualità della vita, sulla tutela dell’ambiente e sullo sviluppo sostenibile per ridurre i rischi ambientali ed ecologici collegati allo sfruttamento intensivo delle risorse del nostro pianeta, urgenze che in Italia si sono incrociate in modo peculiare con una naturale attitudine alla qualità, all’innovazione e alla bellezza, grazie a cui oggi il nostro Paese si distingue come leader europeo nella green economy.

Le imprese che si sono convertite ad uno stile di produzione più verde in Italia, infatti, sono ben 372.000, di cui oltre 31.000 solo nel 2015 con un balzo del 36% rispetto all’anno precedente. Un indirizzo che ha un impatto positivo anche sui livelli occupazionali: le aziende cercano sempre più spesso competenze specifiche in tale ambito e i nuovi assunti con competenze “eco” sono 294.000.

In linea con la maggior consapevolezza del problema a livello globale, anche l’88% degli italiani dichiara che, potendo scegliere come far fruttare i propri risparmi, a parità di rendimento, preferirebbe gli investimenti sostenibili, come riporta il più recente rapporto degli Stati Generali sulla green economy in Italia.

Secondo il rapporto biennale della GSIA (Global Sustainable Investment
Alliance, l’unico a mettere insieme i dati di Europa, Stati Uniti, Canada, Giappone, Australia e Nuova Zelanda), gli investimenti sostenibili stanno crescendo in tutto il mondo, con un valore complessivo nei principali mercati globali pari a circa 31.000 miliardi di dollari, cifra che cresce del 34% ogni due anni.

In questo ambito, l’Europa si conferma l’epicentro della finanza  responsabile, anche grazie agli incentivi messi in campo per favorire gli investimenti sostenibili e l’Italia stessa si è posta all’avanguardia della rivoluzione verde, sia per ragioni etico/morali che di trend economico da cavalcare.

Come ha dichiarato recentemente il ministro dell’Ambiente e della tutela
del territorio e del mare Sergio Costa: “Per quanto riguarda il potenziale di crescita della green economy, il rapporto GreenItaly di Fondazione Symbola indica che le aziende che investono in questo settore hanno un livello
maggiore di esportazioni rispetto a quelle che fanno scelte differenti: il 18,9% delle esportazioni a fronte del 10,7% registrato dalle imprese aventi processi produttivi non ecosostenibili. L’Italia non è all’anno zero in green economy. Investire in green economy significa fare economia circolare e l’economia circolare deve sostituire l’economia lineare perché le risorse non sono illimitate”.

La transizione verso un’economia pulita, dicono i ricercatori, sta determinando anche una modifica strutturale all’interno dell’occupazione: la green economy è un generatore netto di posti di lavoro di qualità, salari adeguati, condizioni di lavoro sicure, stabilità del posto di lavoro, ragionevoli prospettive di carriera e diritti per i lavoratori.

Scenari di crescita insomma e i dati che potrei comunicarti al riguardo sono tantissimi se non fosse che rischio di far diventare questo articolo una vera e propria enciclica.

Sintetizzando: il momento non è quindi soltanto propizio per gli investimenti green, ma l’infusione di capitali in questo settore sono una vera e propria necessità per le sorti del nostro pianeta, dell’Italia in particolare e della competitività delle nostre aziende in un orizzonte
internazionale sempre più orientato alla sostenibilità.

Secondo Edo Ronchi, Presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile: I vantaggi economici di questi investimenti green sono molteplici. Il primo riguarda i costi evitati dell’inquinamento e di altri impatti ambientali; il secondo la capacità di queste scelte green di attivare, con investimenti pubblici, effetti moltiplicatori anche di quelli privati; il terzo vantaggio sta nella capacità di utilizzare e promuovere innovazione, diffusione di buone pratiche e buone tecniche”.

Ora capisci perchè, alla luce di tutti questi dati, valori e obiettivi sto investendo in maniera massiccia in FOREVER BAMBU’, nella creazione di foreste di bambù gigante e nel relativo business: credo nel fatto che stia dando risposta ad un problema reale, sentito e crescente e che, in questo contesto,  i margini di successo oltrepassino di gran lunga le incertezze e i rischi che pur sempre esistono come in qualsiasi forma di impresa.

A partire dalla Mission stessa di FOREVER BAMBU’, che propone la coltivazione di foreste di bambù gigante mediante l’agricoltura biodinamica e i cui prodotti – i germogli e le canne – insieme vantano oltre 1600 diversi utilizzi industriali ed alimentari, ci rivolgiamo ad un mercato in forte crescita (+53% per le canne e +61% per i germogli tra il 2009 e il 2016) a cui rispondiamo con l’impegno di una rete di soci sostenitori in continua espansione: dal 2014 sono 22 le srl agricole fondate nell’ambito del progetto, oltre 350 i soci da 5 paesi e 5.8 milioni i fondi investiti nell’azienda.

Inoltre, da febbraio 2019, FOREVER BAMBU’  ha avviato la procedura per la quotazione in borsa: un passo da cui derivano molteplici vantaggi per il Gruppo che si conferma il leader italiano nella piantumazione del bambù e per i suoi soci: sia quelli consolidati, sia quelli che coglieranno le ultime occasioni per investire prima della quotazione.

Chiudiamo come abbiamo aperto: non mancare ad uno dei prossimi appuntamenti con “INVESTIRE NELLA GREEN ECONOMY”.

Non posso ovviamente garantire che sarà così (magari!) ma la prospettiva è la stessa come se ti avessero invitato nei primi anni ’90 ad una Business Opportunity intitolata “Investire nella Internet Economy” e magari lo avesse fatto una azienda neonata chiamata Amazon o Ebay… il resto, come si suol dire, è già ampiamente storia e la storia, come sempre, la fanno i visionari e gli audaci.

Roberto Pesce     

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